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lunedì 21 maggio 2018

Il LegalFling e la Sharia

Il fatto che esista una app che serve a registrare il consenso a un rapporto sessuale ci fa capire quanto siano diventati giganteschi i problemi del nostro mondo riguardo il contatto fisico: una carezza è considerata solo molestia sessuale, uno schiaffo è letto esclusivamente come violenza.
Ormai è totalmente escluso che questi due gesti possano avere un valore positivo e rappresentare ben altro: ad esempio, affetto la prima e rabbia il secondo, oppure premio e punizione. No, il contatto fisico "disinteressato" è una cosa del tutto bandita. Ci si può dare la mano per salutarsi o presentarsi, ci si può addirittura abbracciare ritualmente, ma andare oltre è molto rischioso.
Un genitore che voglia punire seriamente un comportamento scorretto e dannoso di un figlio, accompagnando le parole con uno schiaffo, può ritrovarsi indagato per violenza, col figlio messo "al sicuro" in una casa-famiglia. È successo più di una volta ed è pazzesco pensare al doppio metro che si usa verso la violenza vera e propria che si consuma quotidianamente tutt'attorno e viene lasciata impunita.
Una deroga speciale sembra essere concessa agli immigrati musulmani. Questi possono fare di tutto senza che le autorità si sentano coinvolte. Agli immigrati musulmani è concesso ciò che a nessun cittadino autoctono sarebbe mai concesso: un marito musulmano può relegare la moglie in casa e non farla uscire mai, può maltrattarla, picchiarla, può sottoporre i figli alle più atroci violenze domestiche, senza che nessun servizio sociale venga allertato.
Sono liberi come belve nella savana, o come gatti randagi: nessuno si sognerebbe di intromettersi fra due gatti che litigano furiosamente.
Però i musulmani sono esseri umani come noi, appartengono alla nostra stessa specie, non sono felini. Avere verso di loro un atteggiamento da etologi non è "tolleranza" né "apertura mentale", ma solo una miscela dannosissima di razzismo e paura.
In Inghilterra, da anni migliaia di ragazze autoctone vengono stuprate nel silenzio assoluto dei media e nell'inefficienza totale della giustizia. In Svezia, le autorità non perseguono la violenza commessa dai musulmani sulle donne, ma invitano le svedesi a non uscire più da sole di casa la sera, a coprirsi di più per nascondere le proprie curve. Dopo dello stupro islamico di massa messo in atto a Colonia un paio di anni fa, il sindaco Henriette Reker, invitò le tedesche a tenersi lontane “almeno a una distanza equivalente a un braccio” dagli estranei nei luoghi pubblici e a non isolarsi.
Di casi simili potremmo riempire pagine e pagine. Di che malattia si tratta? Qualcuno ipotizza qualcosa somigliante alla sindrome di Stoccolma. Io non sono d'accordo.
Credo che si tratti piuttosto di un atteggiamento autodistruttivo indotto e autoindotto: gli autoctoni sono spinti e aspirano alla totale omologazione, all'intercambiabilità fra loro e qualsiasi altra persona del loro rango. La loro vita affettiva tende a essere cancellata e rimpiazzata con la vita sessuale, preferibilmente sterile. Il percorso della loro vita deve concludersi non appena se ne estingua la piacevolezza. L'eutanasia a quel punto diventa la somma aspirazione.
Parallelamente e sullo stesso suolo, c'è un altro mondo che viene temuto e allo stesso tempo guardato con nostalgia, un mondo considerato "più arretrato", regolato da tutt'altri valori, dove la legge scritta dello Stato è solo un intralcio facilmente superabile, e l'unica legge da seguire è il Corano. Lì ogni rapporto umano rispetta una gerarchia animale e la vita è considerata solo un breve passaggio terreno, in cui ognuno deve prodigarsi affinché la società islamica possa avere il sopravvento su tutto il pianeta, sacrificando anche la propria vita pur di realizzare tale scopo.
Indubbiamente quest'ultimo, rispetto al primo, è il modello vincente: la cosiddetta società occidentale tende all'estinzione, quella islamica all'affermazione. Dovranno vedersela solo con la Cina e soprattutto con Israele.


sabato 16 gennaio 2016

Aylan & Charlie

La vignetta di Charlie Hebdo sul piccolo Aylan ha scatenato l'indignazione del pubblico, un'indignazione ottusa che non condivido e che ha l'aspetto di un fenomeno telecomandato.





Era il 2 settembre del 2015 e i massacri in Siria andavano avanti indisturbati da quattro anni. L'opinione pubblica aveva ben altro a cui pensare e continuava a infischiarsene altamente della sorte dei bimbi siriani. Anzi nell'estate precedente, nel luglio del 2014, l'indignazione a telecomando s'era dedicata in modo virale ai "poveri bambini di Gaza massacrati dai kattivi sionisti". In quell'occasione qualcuno parlò addirittura di "genocidio", giusto per sparare una menzogna in più ai danni dello stato degli ebrei.


Intanto, il fatto che in Siria i bambini continuavano a morire a decine di migliaia si traduceva esclusivamente in una miniera d'oro per gli sciacalli che usavano sistematicamente le foto di quel massacro per spacciarle come effetto collaterale dell'azione di difesa israeliana.


Nilüfer Demir



Ma ritorniamo a quel triste 2 settembre del 2015, quando una fotografa turca fotografò il povero Aylan, morto a soli tre anni, riverso sulla riva del mare. Nilüfer Demir scattò quella foto per dare visibilità a quella tragedia, parte della più grande tragedia dell'intero popolo curdo, oppresso da sempre dalla Turchia, ma oggi più che mai combattuto dal regime di Erdogan per la sua strenua resistenza all'espansione dell'ISIS.





Aylan Kurdi


Aylan apparteneva a una famiglia di rifugiati curdi intenti a lasciare l'inospitale accoglienza della Turchia per raggiungere l'Europa. Non fu il primo bambino a morire in circostanze simili e nemmeno sarà l'ultimo. La maggior parte di loro è  morta e continuerà a morire nella più assoluta indifferenza del genere umano. Però la foto di Aylan fu pubblicizzata ad arte dai media, il che fece scattare la magia dell'indignazione a telecomando. I nostri media evitarono accuratamente d'interpretare quella foto come atto d'accusa verso la Turchia: l'assurdità di quella morte fu catalogata come generica "tragedia delle migrazioni", come fosse normale che dei profughi vogliano andar via dal paese che li sta ospitando.


Veniamo adesso all'episodio di violenza islamica organizzata a Colonia. Non è stato il primo e sicuramente non rimarrà l'ultimo. Lì l'indignazione è venuta a scoppio ritardato, perché la notizia è stata tenuta nascosta per giorni, riportandoci indietro ai tempi di Erich Honecker, quando il Muro di Berlino era ancora solido e inespugnabile (del resto, la Merkel viene da quella cultura). Ecco, se per Aylan l'indignazione fu come la voce di un coro monodico, per i fatti di Colonia l'opinione pubblica si è divisa: da un lato, le amebe buoniste che giustificano tutto e tutti fino all'inverosimile e mirano all'eutanasia della nostra civiltà; dall'altro, le belve razziste, non meno violente degli stessi terroristi-stupratori.

Veniamo infine alla vignetta di Charlie Hebdo: è cruda e spietata, non lo metto in dubbio. Ma è profonda e intelligente. E' l'espressione artistica di chi ha centrato appieno il problema.


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Sì, è anche vero quel che twitta la regina Ranya di Giordania: se Aylan non fosse morto, sarebbe cresciuto, avrebbe studiato, forse sarebbe diventato un medico, sicuramente un padre amorevole. Anche io non ho dubbi. 

Sarebbe interessante però se la regina Ranya ci dicesse secondo lei dove avrebbe esercitato la sua professione il piccolo Aylan, una volta laureatosi. Nello stato del Kurdistan? Impossibile: non esiste uno stato chiamato Kurdistan. In Turchia? Lo vedo molto improbabile: in Turchia i Kurdi affollano le galere del regime. Nella Siria da cui erano fuggiti? Lo escludo: sebbene lì ci sia indubbiamente bisogno di medici e infermieri per accertare morti e curare feriti e moribondi, nel derby sciiti-sunniti (ossia Assad-alBaghdadi, o meglio Putin-Obama) non c'è posto per cudi, yazidi ecc.

In ogni caso, Aylan non sarebbe diventato un 
terrorista-stupratore. E infatti la vignetta non è un atto di accusa verso di lui, ma verso la superficialità, l'ottusità di chi segue sia l'uno sia l'altro gregge, quello dei buonisti o quello dei razzisti, entrambi accecati della propria ideologia, entrambi incapaci di leggere la realtà e di capire che un bimbo curdo che sfugge al regime islamista di Ankara di certo non potrà mai e poi mai diventare da grande un terrorista-stupratore.

Quanti di quelli che si indignarono per la morte di Aylan oggi urlano senza pietà contro l'accoglienza dei profughi! E quanti altri di quelli che si indignarono per la morte di Aylan oggi sono invece in preda a insensati sensi di colpa, come fossero privati di un cervello per ragionare, e predicano accoglienza senza se e senza ma, giustificando perfino i peggiori crimini commessi in nome di Allah, spacciandoli per "differenze culturali"; le stesse differenze culturali che hanno fatto precipitare questo mondo nel caos, quel caos che da sempre e a tutte le latitudini uccide in nome di Allah, e che il 2 settembre 2015, fra le innumerevoli elargizioni di morte, ha messo fine anche alla breve vita di Aylan.

La vignetta ha scatenato un putiferio. E la maggior parte del pubblico s'è indignata a guardare, non la luna e neanche il dito, ma l'unghia sporca del dito che indicava la luna. Questo vuol dire che l'autore ha visto bene.

(Ah, dimenticavo una cosa: il nome esatto del bambino è Alan, ma evidentemente per i media suonava troppo occidentale e troppo poco da profugo)